Tramonto del presalario

Molti chiedono oggi (a livello politico) un salario o presalario per lo studente, ma la loro logica è perdente in partenza perché - anche se non vorrebbe - inquadra il giovane nella solita ottica di debito sociale a carico dei genitori, necessitante di una qualche carità o ammortizzatore sociale. Assegni, presalari, sussidi, borse di studio, riduzione delle tasse universitarie, prestiti d'onore eccetera sono utili, ma restano sempre e comunque aiuti.

Aiuti? Ma cosa c'entrano gli aiuti se lo studente è un apprendista? All'operaio che lavora in fabbrica il padrone dà forse degli aiuti a fine mese? No! Idem per lo studente. Se è apprendista, mettersi nella logica di aiutare lui o la sua famiglia non ha alcun senso. È un formidabile errore concettuale. Non ha nemmeno senso salariarlo perché in linguaggio moderno va semmai stipendiato. E neppure ha senso "pre" stipendiarlo perché uno stipendio, infatti, è solo uno stipendio. Punto e basta.

Tutto è politica, ma i propugnatori del presalario non hanno ancora definito il problema perché invischiati in lotte di classe e così, nonostante se ne parli da più di trenta anni, lo studente resta il solito virtuoso investimento dei genitori. Cosa assurda in un mondo dove questi non solo non hanno più bisogno di braccia nei campi ma dispongono un reddito indipendente dai figli, versano soldi per la loro futura pensione e comprano magari titoli in Borsa facendo lavorare il denaro al posto loro. Ma siccome il messaggio non è chiaro (peggio! è mal impostato), gli stessi genitori all'idea di pagare i loro figli restano interdetti. Infatti l'aiuto sarebbe ancora a carico delle loro tasche in quanto - ovviamente - tassati dal sistema.

Vogliamo uscire da logiche perdenti? Un aiuto si può dare come non dare (è questo il sottile e tragico distinguo) ma per uno stipendio all'apprendista - invece - non c'è scelta! Se non viene dato, è furto. È sfruttamento. Lo studente più ricco d'Italia ha quindi diritto allo stipendio anche se la sua famiglia guadagna un milione di Euro al giorno. Ne ha diritto perché lavora. Il resto sono chiacchiere da inizio secolo ('900).

Anche se non ce ne siamo ancora accorti, lo studente è talmente apprendista che quelli normalmente chiamati così non lo sono affatto. Va poi pagato, si badi, dai 14 anni in su e non dai 16 (come propongono alcuni basandosi sui programmi scolastici) perché al genitore non deve importare se quei programmi si unificheranno per bienni, trienni, quadrienni o quinquenni. Uscendo dalla pubertà il ragazzo che lavora studiando deve cominciare a guadagnare per sé stesso e la famiglia come sempre avvenuto nella storia. E la pubertà, semmai, nel mondo tecnologico si anticipa e non posticipa!

Rimando il lettore al cap. 9 di Lettera alla Scuola sperando che colga la differenza tra una logica perdente ed una di successo.

 

P.S. A proposito! Perché la foto del Duomo e Torrazzo di Cremona nella home? Che senso ha in un sito dove si parla di scuola? In quei tempi adulti e ragazzi lavoravano assieme. Il professore era il capobottega e lo studente che si apprestava a tenere in piedi il sistema imparava lavorando. Così il Duomo e la sua torre, alta più di cento dieci metri, sono ancora perfetti dopo tanti secoli nonostante terremoti e tempeste. Dite che non c'è comunque logica? D'accordo, ma a me la foto piace! Botteghe, capibottega, apprendisti... Mi suona bene!

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